di Valentina Trentini
In ogni relazione vi è una dinamica, spesso alla base del rapporto, che gli dà forma, lo sostiene, lo perpetua.
Le dinamiche relazionali solitamente sono formate da un polo dominante e uno sottomesso, che si tratti di una relazione di coppia, di una famiglia, dell’ambiente di lavoro.
Aspiriamo alla parità relazionale, ma siamo davvero sicuri di volerla?
Lo professiamo, lo manifestiamo, promuoviamo la gender equality, chiediamo di essere visti allo stesso modo, ma come può una struttura insita nella mente dell’uomo sin dai suoi albori essere rovesciata così facilmente?

I Only Want You to Love Me, 2004
© Lovett/Codagnone
Courtesy Estate of Lovett/Codagnone Photo Matteline deVries-Dilling
È con questa domanda in mente che il duo Lovett/Codagnone decide di unire le menti creative per dar vita alla mostra “I only want you to love me”, visibile al PAC di Milano fino al 14 settembre.
L'arte del duo, formato da John Lovett e Alessandro Codagnone, è difficile da catalogare o classificare, dal momento che molto spesso viene fatto utilizzo di una pluralità di media a dir poco eclatante: dalla scultura, al video, all’installazione, fino alla fotografia e alla performance; come non ci fosse limite all’espressione artistica, come non ci fosse limite alla riflessione che l’arte è in grado di stimolare negli occhi e nelle menti degli spettatori più curiosi e attenti.
La mostra si divide in diverse stanze.
Nella prima lo spettatore viene investito dall’imponenza di “Love Vigilantes”, un’installazione composta da specchi neri di varie dimensioni posti sulla parete come fossero uno skyline. La particolarità dell’installazione? Le frasi che riecheggiano sulle superfici, poste in maniera disordinata come fossero un discorso interrotto, non finito. E se fosse compito dello spettatore concluderlo? Gli specchi, che tradizionalmente nella vita quotidiana siamo abituati a vedere trasparenti, con tanto di immagine dentro, sono stati resi apposta neri, ciechi, oscurati: non vogliono dare un riflesso, né una risposta, ma solo interrogativi.
Lo spettatore non può lasciare la stanza senza porsi delle domande.
L’uso del nero viene ripreso sempre nella prima stanza con le opere “Stripped” e “Stud”, due bandiere americane nere, private di stelle, strisce e colori. Il significato patriottico e nazionalistico della bandiera viene rovesciato, strappato, preso a morsi; le bandiere paiono più drappi funebri. È una denuncia al potere, una denuncia alle istituzioni: chi ci dovrebbe governare non fa altro che renderci ciechi, diamoci una svegliata o moriremo tutti.
Un messaggio forte, ma reso visibile attraverso un atto artistico silenzioso. Il duo voleva richiamare l’attenzione alla promessa di una democrazia che avrebbe dato dignità a tutti, ma che alla fine la dignità degli americani se l’era mangiata a colazione nello studio Ovale.
Il tema del buio viene ripreso anche in un’altra stanza, nell’opera “In the darkness there is no sin/ Light only brings the fear”, opera in cui la luce viene interpretata come segno di paura, di controllo, di sorveglianza. È al buio che ci si può sentire al sicuro, è al buio che peccato e devianza non esistono, e soprattutto, non c’è più giudizio.
Come giudicare del resto ciò che non si vede?
Questa è solo una delle tantissime opere del duo che cerca di sovvertire l’ordine culturale dominante: se la luce, sin dai tempi della sua invenzione, è sempre stata vista come qualcosa di positivo, il duo si domanda invece se non sia proprio la luce a far paura, perché in fondo si sa, ogni luce è diversa e ogni soggetto è diverso sotto una luce diversa.
La vera voce dell’America degli anni ’70 la si trova però nelle sale successive. Epoca di energia euforica, con la nascita della disco music, le piste da ballo come luogo di integrazione e aggregazione, diverse soggettività che finalmente riuscivano a sentirsi soggetti e non oggetti, come le comunità afroamericane o latine, da sempre marginalizzate, il tutto con uno sfondo, assolutamente non neutro, della liberalizzazione sessuale.
Una delle opere più forti della mostra la si trova proprio nella terza sala: “After Roxy”, una serie di foto che ritraggono corpi nudi stretti in diverse possibilità di abbraccio. Ma perché quindi ci sono diversi modi di entrare in contatto gli uni con gli altri? Secondo Lovett e Codagnone, sì. Le immagini sono intime, ma soprattutto sono tutte degli autoscatti, la regia dietro alla foto è visibile. Non è tanto la ricerca del piacere voyeuristico, il piacere di essere visti, ma la necessità di mostrarsi insieme per poter dire: noi vogliamo stare insieme perché solo insieme siamo. I soggetti delle foto probabilmente sono soggetti scelti in base all’intimità che gli uni provano verso gli altri, non tanto per legami affettivi o famigliari. Alla base dell’opera c’è una sorta di riconoscimento necessario dell’altro: io mi fido a lasciarmi guardare se anche tu ti lasci guardare, e insieme veniamo guardati.
After Roxy 3, 1998/2015
© Lovett/Codagnone
Courtesy Estate of Lovett/Codagnone
After Roxy 1, 1998/2015
© Lovett/Codagnone
Courtesy Estate of Lovett/Codagnone
Una delle serie più forti dal punto di vista simbolico sono le fotografie scattate nel cuore pulsante della città di Milano, da Via della Spiga davanti a Prada alle Colonne di San Lorenzo o il Duomo, in cui i due artisti hanno cercato di dare un volto, un nome, una dignità, alle minoranze queer che negli anni ’70 e ’80 erano costrette a nascondersi, a camuffare le loro identità. Spesso i soggetti delle foto mostrano la loro vera natura soltanto per il tempo dello scatto, spogliandosi dei felponi e con essi del peso che la società gravava su di loro solo per amare qualcos’altro da ciò che veniva visto come giusto.
E anche qui ritorna il tema delle dinamiche relazionali: forse la società ci ha messo così tanto ad accettare determinate minoranze, che minoranze più non sono, perché non avrebbero saputo coglierne i poli relazionali? In fondo, chi sarebbe stato il dominatore e chi il sottomesso se in una relazione si era dello stesso sesso?
La mostra al Pac prende titolo da un’installazione neon, supporto tipicamente associato alla comunicazione commerciale e urbana, ma che in questo caso esprime una richiesta d’amore assoluta e incondizionata che espone chi la pronuncia a una totale vulnerabilità. Il bisogno d’amore non è più qualcosa di intimo, privato, perché messo su un neon assume quel significato di pubblico, quasi al confine del politico. L’installazione indaga le condizioni alla base di molte relazioni, dalla dipendenza emotiva, alla necessità di riconoscimento, all’esposizione intrinseca del soggetto desiderante.
Un’ulteriore sfida nei confronti dei canoni sociali viene proposta dai due artisti nella serie “I didn’t do it”, risalente al 1995, che si compone di fotografie in cui i due artisti si ritraggono in ambienti domestici, mettendo in scena e sovvertendo a sua volta i codici visivi della pornografia gay. Le immagini, tra ironia, erotismo e cultura pop, sono un invito forte alla liberalizzazione sessuale, all’abbracciare un immaginario diverso, all’accettare che ci sono molti modi di provare piacere.
Se ogni rapporto è una dinamica di potere, perché non inserirlo anche nel sesso? Ed è così che in queste fotografie le immagini vengono caricate di riferimenti al mondo BDSM, con numerosi richiami erotici e sovvertimenti delle identità preconfezionate che la società chiedeva di comprare.

RWF Tribute, 2004
© Lovett/Codagnone
Courtesy Estate of Lovett/Codagnone
Come può d’altronde l’identità essere qualcosa che si compra o si baratta?
In queste immagini il mondo istituzionale dell’arte viene mischiato con un tipo di arte totalmente diverso, quello pornografico. I codici morali che conoscevamo cessano di esistere per un secondo e lo spettatore si trova di fronte a un’arte diversa, senza una cornice interpretativa codificata. Ai tempi, la pornografia era uno dei pochi luoghi dove il mondo omosessuale era accettato. Quindi perché non portarlo sui grandi schermi, sulle grandi pareti, nelle grandi mostre?
Ogni amore è degno di esistere, proprio come dice la mostra, “I only want you to love me”, non importa chi io sia, come io sia.
Che il sipario cali, non si va più in scena.