di Valentina Trentini.
All’inizio di Corso di Venezia, affacciata sul planetario immerso nel parco, sorge la Fondazione Luigi Rovati. Il nome celebra il rinomato medico, ricercatore e imprenditore farmaceutico, da sempre affascinato dal rapporto che lega l’arte e la storia. Secondo Rovati, ogni popolo è intrinsecamente connesso alle espressioni artistiche che crea e ogni opera d’arte, ogni corrente stilistica, è un riflesso dei cambiamenti della società.
Alla base della Fondazione ci sono diversi principi, tra cui la relazione tra artista e spettatori, strettamente connessa all’inclusione di questi ultimi, nonché la conoscenza e la creazione. Ogni parete, ogni teca, persino qualsiasi fonte di illuminazione è posta con precisione e allo stesso tempo volta a suscitare meraviglia in chi vi entra.
In questo spazio al limite del reale, propenso all’etereo e all’idilliaco, dal 14 giugno al 27 luglio è allestito “Pink Floyd, Yes, Genesis. Nuove percezioni della realtà”, il secondo capitolo di “Echoes, un viaggio nel mondo dell’art rock britannico”.

Tre band, un’unica mostra. Il fil rouge che collega ciascuna delle opere è l’universo psichedelico e surrealista che accompagna le produzioni di queste band, e la Fondazione Luigi Rovati si presta come location ideale per un viaggio in un mondo a metà tra il fiabesco e l’onirico.
Le tre band inglesi non si limitavano a produrre musica e ad andare in tournée, perché erano consapevoli che l’arte aveva un compito ben preciso: avvolgere colui che ne è partecipe.
Nelle loro esibizioni dal vivo, ad esempio, i Pink Floyd puntavano a creare delle esperienze multisensoriali, a partire dai light show, con il fine di creare degli ambienti immersivi, coinvolgenti, proprio come fossero performance d’arte. Questi ambienti venivano creati usando una combinazione di inchiostri, sostanze chimiche, olio e acqua su diversi materiali, dalle tavole a fogli di carta, per poi essere proiettati su degli schermi durante i concerti come onde di colore amorfe e psichedeliche.
Il risultato? Un’esperienza autentica, forte, memorabile, al di fuori della norma.
I Pink Floyd furono i primi a sfruttare un immaginario onirico e paradossale, ispirandosi anche all’arte surrealista di Magritte, ma sicuramente non furono gli ultimi.
La mostra si apre con una serie di icone delle copertine dei più famosi album di tutte le band dell’intero percorso di Echoes, per poi lasciare allo spettatore l’autonomia di avventurarsi nell’incantevole giardino della Fondazione fino a trovarsi di fronte ad una casa bianca, simile alle dependance delle case americane. Qualsiasi spettatore curioso si affaccia alle sue porte finestrate, e qualsiasi spettatore curioso è invitato ad entrare.

Piccola, intima, con un enorme scritta “ECHOES” nera sul soffitto, che ben risalta sullo sfondo bianco. È solo una normale stanza, più esigua di una camera da letto qualunque, ma non viene da chiedersi “è tutto qui?”, perché no, non è tutto lì; perchè quello che le opere presenti fanno è evocare.
Ma evocare cosa? Il mondo onirico e surreale che ciascuno di noi ha insito sotto la propria pelle, tra le ossa e la carne.

È come essere catapultati nel mondo surrealista di Magritte o Dalì. Esperienze che puoi toccare, a cui partecipare senza interruzioni.
Infatti le tre band hanno deciso di ispirarsi ai principi dell’arte surrealista per dare alla loro arte una vita nuova, diversa, una voce intonata, melodica, che risuona in testa.

Dai concerti, alle copertine, tutto evoca nello spettatore uno straniamento. Fuori, dietro la porticina della casa bianca, c’è una Milano afosa, quasi deserta, molti si sono già dati a gambe verso un posto più fresco; e poi c’è chi va per musei, nelle città, e qui entra in un mondo psichedelico, senza però dover assumere sostanze.
Le opere sono un invito a lasciarsi destabilizzare, a tornare indietro nel tempo, forse senza sapere nemmeno in che epoca precisa, dal momento che mostrano paesaggi metafisici, mondi ultraterreni, allegorie per chi ha il coraggio di mettersi a nudo e accettare la complessità del mondo che ci circonda, ma soprattutto del mondo che ci abita.
La mostra insegna che per raccontare una storia non servono carta e penna, ma nemmeno chitarre e plettri: ciascuno di noi è una storia, il corpo è una storia a sé.
Per immergersi ancora di più e lasciarsi investire dall’energia allucinogena delle opere c’è un QR code che, se inquadrato, porta a una playlist composta proprio per l’occasione della mostra, traendo ispirazione dai contenuti e le copertine degli album.

Ciò che importa non è ciò che si vede, ma ciò che si sente. L’atmosfera è sospesa, come se a farla ondeggiare da un lato all’altro ci fosse un vento freddo, quello della Gran Bretagna; il respiro di Peter Gabriel; la luce chiarissima della stanza a metà tra un’apparizione divina e l’ospedaliero. L’immersione totale è necessaria per potersi godere le opere. Niente telefoni, niente distrazioni esterne, basta il proprio corpo.
Perché in fin dei conti, ogni esperienza è immersiva, se la si vive essendo presenti con il proprio corpo.