di Valentina Trentini

Marco Fusinato THE ONLY TRUE ANARCHY IS THAT OF POWER_PAC Milano_foto Nico Covre

Siamo al Pac, in centro a Milano, e l’invito fuori dalle porte è quello di prepararsi a qualcosa di assordante, qualcosa che necessiterebbe di cuffie, di una copertura. 

Ci si immagina che esse vengano date eppure niente. 

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Si varca il tendone e si viene investiti da un rumore a dir poco fastidioso, ripetitivo, amplificato. Non un quartetto d’archi, non una ballata spagnola. Quello che riempie le stanze è la definizione perfetta di rumore: fenomeno acustico composto da onde sonore irregolari, non musicali e spesso indesiderate, che vengono percepite come sgradevoli o fastidiose.

Ed è proprio il rumore a essere il protagonista della mostra “The only true anarchy is that of power” di Marco Fusinato, in esposizione fino al 7 giugno al Pac.

È un’esperienza coinvolgente: sentirsi assordati da questo rumore e, allo stesso tempo, essere invitati al silenzio, come se quei suoni facessero parte dell’opera stessa. E in fondo, lo diventano davvero.

Marco Fusinato THE ONLY TRUE ANARCHY IS THAT OF POWER_PAC Milano_foto Nico Covre

L’artista è anche un musicista e ha provato a interpretare il rumore come musica, utilizzando bassi e chitarre elettriche amplificandole al massimo, per improvvisare frequenze dal forte impatto fisico, uditivo, quasi tattile.

Fusinato si inserisce in una ricerca avviata già negli anni ’70, in cui il rumore smette di essere un elemento di disturbo per diventare materia musicale, attraverso distorsioni sonore, reiterazioni e amplificazioni esasperate.

Passeggiando tra le pareti bianche e le fotografie in bianco e nero, lo spettatore si ritrova assordato da un suono che sembra quasi fuori luogo, tanto da domandarsi se il silenzio non sarebbe più appropriato.

Eppure è proprio da questa tensione che prende forma il lavoro dell’artista, da una dicotomia continua tra rumore e contemplazione: “Io faccio del mio rumore il mio movimento.”

Marco Fusinato THE ONLY TRUE ANARCHY IS THAT OF POWER_PAC

Come se, senza rumore, il mondo fosse statico. E non è forse così?

Quante volte, nel silenzio, ci si sente addirittura a disagio, perché manca qualcosa, manca un sottofondo che ci dica: “ci sei, sei vivo, esisti qui e ora”.

Basti pensare a un semplice cenno o allo schiarirsi della voce di una persona accanto a noi: piccoli suoni che ci ricordano dove siamo, anche quando spesso non è dove vorremmo essere.

Un meccanismo quasi invisibile, simile all’acqua per i pesci di David Foster Wallace: qualcosa di così costante da diventare impercettibile, finché non viene sottratto.

Le opere di Fusinato non hanno una forma unica: installazioni, riproduzioni fotografiche, registrazioni e performance convivono all’interno della sua pratica artistica. È un artista poliedrico, interessato più all’impatto fisico e percettivo della materia che alla forma in sé.

Marco Fusinato THE ONLY TRUE ANARCHY IS THAT OF POWER_PAC Milano_foto Nico Covre

Il progetto centrale della mostra è DESASTRES, presentato originariamente al Padiglione Australia della 59ª Biennale di Venezia.

L’opera si basa su una relazione diretta tra improvvisazione sonora e flusso visivo: mentre Fusinato, nei panni di musicista, produce rumore attraverso chitarre e amplificatori, immagini casuali scorrono rapidamente sugli schermi LED. La loro velocità è tale da trasformarle quasi in un’unica immagine continua.

Marco Fusinato-DESASTRES-2024-MELBOURNE-live

La curiosità più interessante è che l’artista, per realizzare quest’opera, si è esibito ogni giorno, trasformando la performance in una presenza costante all’interno dello spazio espositivo. I momenti finali di ogni esibizione venivano catturati e rielaborati per costruire quell’atmosfera cupa, in bianco e nero, quasi sospesa, di un artista alla ricerca di una sola cosa: il suono.

Marco Fusinato-DESASTRES-2024-MELBOURNE-live

“Basta silenzi, per favore” sembra urlare Fusinato attraverso le sue opere. Forse nessuno gli ha ancora svelato che è proprio nel silenzio che si scopre il fluire della vita. Ma non spetterà a quelli del PAC, e nemmeno a noi, dirglielo.

Alla serie DESASTRES appartengono anche numerosi dipinti serigrafici sperimentali, in cui convivono suonatori di liuto, sottopassi abitati da spacciatori, cigni, scene di omicidi e immagini tratte dalla storia dell’arte e dal fotogiornalismo. Un archivio visivo caotico e frammentato, proprio come il rumore che attraversa tutta la mostra.

Marco Fusinato-DESASTRES_INSTALL_2022

L’ultima area della mostra cambia completamente registro: è più silenziosa, più rarefatta, quasi più pura. Si trova al piano superiore, come se fosse stata volutamente separata dal caos sonoro del piano inferiore.

Il progetto, denominato Mass Black Implosion, consiste in una serie di disegni che utilizzano partiture di compositori d’avanguardia come base per nuove composizioni noise. Ogni spartito viene modificato dall’artista, che traccia una linea da ogni singola nota verso un punto scelto arbitrariamente sulla superficie della partitura.

Il risultato è tanto semplice quanto destabilizzante: ogni nota dovrebbe essere eseguita simultaneamente, generando un impatto sonoro totale, non così distante da quello che lo spettatore sperimenta al piano inferiore.

Marco Fusinato-Mass Black Implosion (Mobile for Shakespeare, Roman Haubenstock-Ramati) variation 1_300

Forse, uscendo da questa mostra, non bisogna tanto chiedersi cos’è il rumore, perché rimane un concetto soggettivo. Lo sbattere dei calici durante un brindisi può essere rumore o semplicemente suono.

La vera domanda, forse, è un’altra: per essere visti, è necessario fare rumore?