di Valentina Trentini

Una galleria vestita da casa. Una stanza diventa camera da letto, un’altra la cucina, un’altra ancora il salotto.
Tutto per evocare un’atmosfera domestica, perché è tra le proprie quattro mura che Lyndon Chase vive la sua arte.
Ogni spazio ha un nome, ogni nome ha un luogo, e in ciascuno di essi l’artista vuole potersi ritrovare.
Così la galleria Gio Marconi si è predisposta a essere ripensata non più come galleria, ma come abitazione.
Cosa celano le pareti di una coppia che dorme insieme, di un amante che cucina, di un marito che aspetta un messaggio mentre il compagno è fuori da solo, o almeno così dice?
“Keep thinking nobody does it like you here comes the sunset” è la prima mostra italiana dell’artista americano Jonathan Lyndon Chase e sarà ospitata fino al 30 marzo dalla galleria Gio Marconi di Milano.
Alla base dell’arte di Lyndon Chase c’è il presupposto che non c’è forma univoca per descrivere l’affetto di due amanti. Per riuscire in questo intento l’artista sperimenta diverse tecniche artistiche, dalla pittura alla scultura al disegno, a volte unendole insieme.
I soggetti? Prevalentemente di colore. Il loro orientamento? Decisamente queer. Tuttavia c’è qualcosa in ciascuna delle opere che fa dire allo spettatore: “Io qui mi riconosco.”
E non è forse l’arte una ricerca di un riconoscimento? Un potersi dire visti senza essersi mai conosciuti?

Così, passando davanti al dipinto “Send a message throughout the day” ognuno può ricordare una volta in cui ha aspettato un messaggio, una risposta, un’attenzione in più, semplicemente una conferma del proprio io.
O in “Home, body anxiety, what a mess”, in cui lo spettatore percepisce che trovarsi a casa non equivale sempre a sentirsi a casa.

Molte opere cavalcano il tema erotico queer, e per questo in diversi dipinti ci sono scene sessuali, quadretti intimi, che raccontano di un’intimità che si deve nascondere, una quotidianità sensuale che non può essere esposta alla luce del sole. Sono frammenti di una realtà che troppo spesso viene dimenticata, mentre tante coppie ancora lottano per poter essere riconosciute come tali.
Ma non è l’amore, più dell’arte stessa, il più grande riconoscimento che ci possa essere? Io scelgo te, ogni parte di te che mi è dato riconoscere, e ne faccio ciò che amo. Se c’è qualcosa di più forte di questo, non penso ci sia concesso saperlo.
Tutte le opere sono ambientate in una casa. Dalla stanza/cucina si passa al bagno.
“Sending him a pic in the bathroom tonight” afferma la necessità di un riconoscimento a distanza, anche se ciò che si può offrire spesso è soltanto un corpo. Il soggetto, in mutande si fa una foto allo specchio nel suo bagno. Nessuno può sapere a chi la stia mandando, se al suo compagno, o al suo amante, o a più persone. E non è proprio per questo che si nasconde dietro uno schermo? Perché la destinazione spesso è ignota, perché i messaggi sono frisbee e le foto boomerang. Alla fine, qualcosa torna sempre indietro.
Dalla cucina, al bagno, si passa infine alla camera da letto. Con “Just me and you at the end of the day”, la coppia finalmente si è riunita. Non c’è più l’attesa dell’altro, non c’è più la necessità di esporsi verso qualcuno di esterno. Un abbraccio avvolgente, il preludio a qualcosa di più grande, la notte che ingombra la scena ma mai quanto i corpi avvinghiati dei due soggetti.

La decisione di ambientare le opere in casa rimanda anche a un messaggio chiave: siamo ciò che siamo quando siamo a casa.
Perché casa è un rifugio, ma può essere anche prigione, e ciò che siamo a casa non sarà mai ciò che siamo al di fuori di essa.
Alcune delle opere che più colpiscono sono i tavolini scolpiti, come “Tattooed jawn” e “Power bottom table”. Si discostano dai dipinti, sono veri e propri oggetti d’arredo, ma che richiamano i temi chiave dell’artista. Il concetto quindi si ripete, sempre uguale, ma ciò che cambia è l’aspetto dei soggetti. Una lastra di vetro appoggiata su una scultura di un uomo disteso, come se stesse quasi pregando, o forse aspettando di essere sottomesso. Schiacciato, ma in modo servizievole, da un vetro leggerissimo, trasparente. “Io sono al tuo servizio ma me ne compiaccio.” Molti quadri hanno questo fil rouge che li unisce. L’essere disponibili, l’essere sottomessi all’altro, sapere che senza l’altro non c’è alcun riconoscimento.

Questa mostra è l’attraversamento di una vita, l’esposizione di una quotidianità, idea che può sembrare tanto scontata, ma che in realtà è rara. L’artista ha deciso di spogliarsi di tutto e offrirsi agli spettatori in quanto uomo, in quanto soggetto e oggetto di desiderio, ma anche in quanto soggetto e oggetto di paura. Tutto, affinché lo spettatore si riconosca, ma anche affinché l’artista si riconosca.
Perché in fondo, farsi arte vuol dire anche farsi specchio.

Images: courtesy of the Gallery.